Due architetture veneziane di Carlo Scarpa a Venezia- Querini Stampalia e il Negozio Olivetti
Carlo Scarpa e la Venezia contemporanea
C’è un’altra Venezia, sovrapposta ai classici itinerari frequentati dai turisti, ma sconosciuta ed invisibile ai più, quella contemporanea. Le opere di Calatrava, Rem Koolhaas, Cino Zucchi, Tadao Ando, Giancarlo De Carlo a Mazorbo, Ignazio Gardella, hanno contribuito, talvolta con interventi discutibili come il ponte di Calatrava per esempio, ad ancorare Venezia alla contemporaneità mitigando quel processo di imbalsamazione che affligge i centri storici delle nostre città.
Manca, volutamente, un nome a questo elenco, quello di uno dei più importanti architetti e designer della seconda metà del 900, il veneziano Carlo Scarpa. Le sue opere hanno un legame quasi viscerale con Venezia. Nessuno come Scarpa, nei suoi interventi, è riuscito ad interpretare il fuoco della tradizione senza cadere nella cenere del citazionismo kitsch del tradizionalismo. Diceva :
“ Mi piacerebbe che un critico scoprisse nei miei lavori certe intenzioni, vale a dire un’enorme volontà di essere dentro la tradizione, ma senza fare i capitelli o le colonne, perché non si possono più fare”.
Tradizione, artigianalità e linguaggio moderno
No, Scarpa grazie alla sua profondissima conoscenza della storia dell’arte, e dell’architettura in particolare, traduce i linguaggi del passato in un sistema comprensibile per l’osservatore attuale.
Scarpa non imita capitelli o colonne, tanto meno ammicca a forme o soluzioni spaziali del passato. Tutt’altro, basta vivere gli spazi dei suoi interventi veneziani, e non solo quelli, per rendersi immediatamente conto del suo linguaggio contemporaneo. E’ uomo del suo tempo!
Sebbene le sue radici siano profondamente radicate nella cultura veneziana, egli come F.L. Wright, da cui è influenzato, è legato al Giappone sia dal punto di vista architettonico, che filosofico e intellettuale. Questa ispirazione, come è naturale che sia, si trasforma in spazi e forme. Il suo progettare è quasi ossessivo. In un’intervista sosteneva:
“ forse c’è un certo bizantinismo in me, un’analisi spietata del particolare ”
ciò lo porta ad avere un controllo totale del progetto, disegna i minimi dettagli anche quelli apparentemente irrilevanti.
Questo rigore altro non è che il“fuoco “dell’artigianalità della tradizione veneziana maturato nella ventennale esperienza come direttore creativo delle vetrerie Cappellin prima e Venini poi. Li impara che bisogna avere una profonda conoscenza dei materiali ( il vetro in particolare ) che sono punto di partenza dei suoi progetti. Usa il cemento esaltandone la fisicità. Reinterpreta, attualizzandoli, i colori e i materiali simbolici ed identificativi della città, la foglia oro, i mosaici, il vetro, oppure i marmi e il legno. Li usa con maestria assoluta.
Acqua, luce e spazio nell’architettura di Scarpa
E infine l’acqua e la luce, nelle sue architetture vengono trattati come e veri e propri materiali di progetto sono elementi che contribuiscono a modellare lo spazio attraverso riflessi, riverberi, bagliori trasparenze e variazioni cromatiche.
Ma quello che emoziona nella progettazione di Carlo Scarpa è l’interpretazione dello spazio, e ancora una volta emerge la venezianità .
Venezia a differenza di altre città importanti è labirintica. La si conosce solo muovendosi, scoprendo ad ogni angolo improvvisi cambi di direzioni, scorci. Non ha noiosi assi prospettici come, per esempio, i boulevard parigini dove tutto si coglie stando fermi, non ha pedanti simmetrie e le altimetrie dei palazzi sono diverse. E’ una città in divenire come poche altre.
Scarpa porta questo movimento all’interno delle sue architetture, è un invito all’osservazione. Non ci sono punti di vista privilegiati e ogni metro è una scoperta. Erode la scatola muraria. Scompone i piani verticali e orizzontali. Ogni più piccolo dettaglio viene trattato individualmente come frammento, tessera che concorre poi al disegno di un mosaico unitario. Si potrebbe paragonare le sue opere ad un brano Jazz, fatto di apparenti improvvisazioni, ritmo, accelerazioni improvvise, pause e accenni.
Proviamo allora fare un brevissimo tour fra alcuni degli interventi scarpiani sui quali si può facilmente inciampare lungo i più classici percorsi turistici veneziani.
Palazzo Querini Stampalia: un progetto veneziano di Carlo Scarpa
Palazzo Querini-Stampalia in campiello Querini, prossimo a Campo Santa Maria Formosa, è sede dell’omonima fondazione, di un’importante museo/biblioteca all’interno del quale troviamo opere di importanti pittori veneziani, quali Tintoretto, Tiepolo, Canaletto, Bellini e di una rassegna di arte contemporanea.
Nel 1961, il presidente della fondazione incarica Carlo Scarpa di rendere abitabile il pianterreno , inutilizzabile a causa dell’acqua alta, ripristinare il giardino dell’edificio, e di rendere accessibile il palazzo direttamente dalla piazza.
Il punto di partenza è: come approcciare linguisticamente ad un edificio del ‘500, prodotto di una stratificazione che abbraccia cinque secoli circa di storia e stili architettonici?
Con semplicità, affrontando il caso attraverso lingua e usi del 1960.
Risolve il tema dell’ingresso al palazzo progettando un ponte, che collega il campo antistante alla finestra laterale adiacente alle arcate delle porte d’acqua del palazzo (nei palazzi veneziani le porte d’acqua sono l’accesso principale del palazzo dal canale, dal quale i proprietari accedevano con le gondole ), trasformandola nell’accesso della fondazione.
Pavimenta l’ingresso con un mosaico in marmo policromo. Il suo motivo, è una scacchiera scomposta, che ricorda quasi il movimento ondulato dell’acqua del vicino canale e dove il colore delle tessere crea un gioco di rimando con il colore del soffitto e delle pareti.

Eccola l’acqua, simbolo di Venezia. Come tutti i grandi dell’architettura, Carlo Scarpa trasforma il problema in opportunità. L’acqua alta, e più in generale l’acqua diventa il filo conduttore dell’intervento.
“Dentro! Dentro l’acqua alta! Dentro come in tutta la città. Solo si tratta di contenerla, di governarla, di usarla come materiale luminoso e riflettente ,vedrai i giochi di luce sugli stucchi gialli e viola dei soffitti. Una meraviglia!”
Fa si che entri nel palazzo, attraverso due grandi grate metalliche ( in sostituzione degli originali portoni in legno ) egregiamente disegnate con un motivo a meandro, sommergendo un approdo fatto di gradoni diseguali e creando cosi all’interno dell’ambiente riverberi e giochi di luce.


L’ingresso conduce a quella che è la rivisitazione del “Portego” (un’ambiente di grandi dimensioni che va dal canale alla corte interna dell’edificio ), il quale è separato dalle porte d’acqua da una vetrata e da un volume che racchiude un termosifone. Carlo Scarpa lo trasforma in un elemento scultoreo distruggendone la scatola. Pannelli in pietra d’Istria ( il basamento degli edifici veneziani ), vetro e inserti di foglia oro, sono i materiali che compongono questo involucro, Eccolo il “fuoco” scarpiano della tradizione che rifugge dalla monumentalità.

La grande sala ricavata dal Portego e che porta al giardino, diventa una sala esposizioni.
Pareti, pavimento, soffitto, vengono pensate singolarmente e realizzate in materiali diversi.
I piani delle pareti, composti da pannelli in travertino sono separati da un profilo in ottone, pensato per l’esposizione delle opere, che corre orizzontalmente lungo di essi, sono poi intervallati dall’inserimento di lampade verticali che danno ritmo ai piani. Il pavimento è una scacchiera irregolare in cemento e pietra.

Portego Interno
Il giardino è separato del portego da un’altra vetrata.
Scarpa sopreleva il livello prato, rispetto quello del Portego, e lo delimita con un muretto in cemento e un’ esile canale, arricchito dalla presenza di ninfee, alle cui estremità troviamo due piccole vasche in pietra. La vasca posta più in alto ha un disegno labirintico e funge da sorgente.

Quella posta più in basso, da l’idea di un vortice dove l’acqua al termine del suo percorso confluisce dolcemente per sparire, una precisa metafora dello scorrere del tempo. Un evidente richiamo al concetto giapponese del giardino.

Un muro di cemento, poi, separa il cortile dalla caffetteria. Qui il tema del mosaico è riproposto sia nel setto divisorio, il quale è attraversato centralmente da una linea mosaicata, sia nella vasca che si trova ai suoi piedi. Il colore delle tessere rimanda a alla quinta muraria, mentre dominante è l’oro che colora il piano della vasca, al cui interno si trova un’altra vasca in rame. I suoni di sottofondo prodotti dal gocciolio delle due fontane contribuiscono a fare del giardino un’oasi di pace, relax e meditazione.

Il negozio Olivetti a Piazza San Marco
Passeggiando nella piazza, inevitabilmente la nostra attenzione è attratta dalla Basilica di San Marco, dal Palazzo Ducale, dalla biblioteca del Sansovino e dalle due Procuratie quelle nuove e quelle Vecchie ( queste riaperte nel 2022 dopo un interessante restauro da parte dell’archistar britannica David Chipperfield ). Ma proprio sotto le Procuratie Vecchie, indifferente ai più che passano affianco distrattamente, troviamo un capolavoro dell’architettura contemporanea, Il Negozio Olivetti .

E’ il 1957 quando Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, commissiona a Carlo Scarpa la realizzazione di un negozio. E’ l’incontro fra due grandi creativi del loro tempo. Per il committente il negozio deve essere “ il biglietto da visita della Olivetti”. Chiede che lo spazio sappia esaltare lo stile aziendale, che faccia far coesistere l’arte con l’innovazione e modernità che l’azienda esprime. La volontà è quella di avere solo uno spazio espositivo, non commerciale, dove celebrare il prodotto Olivetti in una delle piazze più belle e visitate al mondo.
Olivetti sceglie un locale d’angolo sotto i portici delle Procuratie stretto e buio.
Ancora una volta Sacrpa deve fare di necessità virtù .
Cosa fare? Innanzitutto allarga le vetrine e ne crea delle nuove amplificando il gioco di trasparenze in modo da accrescere la relazione esterno/interno. Lo sguardo è libero di guardare dall’esterno l’intero negozio, sembra che la piazza penetri all’interno e viceversa, quasi che l’interno sia una piazzetta aggiunta a quella più grande e famosa, quasi una sorta di fusione dell’ambiente interno con quello esterno.
Varcato l’ingresso la vista è immediatamente catturata prima dalla scultura in bronzo dorato, Nudo al Sole dello scultore Alberto Viani, la quale si specchia in una superficie d’acqua liscissima e immobile raccolta in una vasca di marmo nero, avente tre bordi della stessa altezza e il quarto più basso di pochissimi millimetri in modo da creare un apparente non movimento dell’acqua

successivamente si è rapiti dalla originalissima e meravigliosa scala in pietra, che conduce al piano superiore del negozio. Carlo Scarpa, definisce la scala “faraonica” di fatti lo è, ma è priva di qualsiasi retorica monumentalità.

Sebbene sia un elemento di collegamento verticale è contraddistinta dalla evidente orizzontalità dei suoi gradini e da un certo senso di leggerezza. Scarpa, la pensa come un elemento scultoreo che funga da contrappeso spaziale all’opera di Viani.

E’ anche una sorta di elemento separatore fra lo spazio dilatato, aperto, del piano inferiore da quello compresso di quello superiore. Questo senso di compressione, viene espresso attraverso i due ballatoi laterali, destinati all’esposizione dei prodotti, il cui sfondo sono due finestre ovali schermate da due grate scorrevoli in legno.


Due grandi occhi che si affacciano sulla piazza e creano giochi di luci e trasparenze, chiaro riferimento a F.L. Wright.

La poetica del frammento nell’opera di Carlo Scarpa
Anche qui, come in Querini Stampalia è leggibile la poetica scarpiana del frammento, che nella lettura d’insieme diventa unità, che mai cede a vuoti formalismi ma che viceversa esalta un perfetto equilibrio fra funzione e forma. E’un susseguirsi di riferimenti negli elementi nei materiali nei dettagli e nelle rifiniture, alle citazioni iconiche della venezianità ed un attingere costante, alla sua profondissima conoscenza dell’arte e della cultura orientale. Si parte già nel piccolo atrio d’ingresso dove risalta il logo Olivetti fra lastre di pietra d’Istria diversamente lavorate per poi passare, appena entrati, all’acqua della fontana, ai mosaici in pasta vitrea dei pavimenti, e poi ancora la maestria dell’uso del legno ( Teak ) e della luce( naturale ed artificiale )usata come materiale di progetto. Insomma solo un grande poteva realizzare un’opera di bellezza assoluta in pochissimi metri quadrati.
Testo e foto di Ricco Francesco