Alto Mani : Di Torri libertà e indipendenza
Areopolis, la bandiera del Mani e il giuramento del 1821
Giungendo nella penisola del Mani di sera, Aeropolis, la città di Ares, ci accoglie con la storica bandiera del Mani affissa al balcone dell’edificio che si affaccia sulle chiesette gemelle di Panagia e Agios Charalambos.
ΝΙΚΗ Η ΤΑΝΑΤΟΣ (vittoria o morte) questo campeggia sull’insegna, non ΕΛΕΥΤΕΡΙΑ Η ΤΑΝΑΤΟΣ (libertà o morte). Gli abitanti di questa penisola, estremo lembo della Grecia, nonostante circa cinque secoli di giogo turco, la libertà erano riusciti a mantenerla seppur in maniera precaria, a dispetto dei numerosi tentativi di repressione subiti.
Ed è proprio su questo stendardo che ad Areopolis il 17 Marzo 1821 nella chiesa di Agioi Taksiarhes giurarono i manioti guidati da Petros Mavromichalis, prima di dichiarare guerra all’impero ottomano.
L’ennesimo tentativo che questa volta riuscì ad incendiare definitivamente il resto della Grecia, portandola all’indipendenza.
Il Mani non è una terra qualunque
Un chiaro toponimo e l’iscrizione in una bandiera, fanno immediatamente intendere al viaggiatore, che questo non è posto qualsiasi, abitato da una comunità qualsiasi.
Siamo nella penisola del Mani, terra vissuta da gente che si sentiva figlia diretta di Sparta ed erede delle nobili famiglie Bizantine, qui rifugiatesi dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani degli Ottomani nel 1453.
Passeggiando per il grazioso viale acciottolato che taglia in due ed anima il villaggio, la storia di quei giorni si intravede attraverso la presenza della statua di Petros Mavromichalis,

piuttosto che nei nomi dei locali o delle vie che si incontrano lungo il percorso, questo però è solo la fine del racconto di questa comunità.
Sebbene sia buio, la curiosità porta a deviare dalla strada principale e ad inoltrarsi nelle viuzze non battute dallo struscio serale dei turisti. Si scorge, qua e là, un tipo di edificio la cui osservazione racconta il resto della storia del Mani.
Presenza costante nel nostro viaggio lungo la penisola: la casa Torre.
Pietra, muri a secco e mare verso Mezapos
L’indomani prendiamo la strada che porta da Aeropolis a Capo Tenaro e che scorre ai piedi della catena del Taigeto. Direzione il porticciolo di Mezapos.

Il paesaggio che si svela risulta inaspettatamente familiare. Ampi dorsi di roccia affiorante a cui strappare sassi da accatastare in chilometri e chilometri di muretto a secco, in cambio di brandelli di terra coltivabile. Qui gli ulivi che crescono assomigliano a bonsai, fra foreste di fichi d’india, qua e là carrubi, mandorli, e un mare blu cobalto, fanno ritornare alla memoria quanto scriveva il meridionalista pugliese Tommaso Fiore nel 1929 a proposito della sua terra, la Murgia pugliese, che a questa è tanto rassomigliante:
«E dovunque muri e muretti, non dieci, non venti, ma più, molti di più, allineati sui fianchi di ogni rilievo, orizzontalmente, a distanza anche di pochi metri, per contenere il terreno, per raccoglierne e reggerne un po’ tra tanto calcare. Mi chiederai come ha fatto tanta gente a scavare ed allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la Murgia più aspra e sassosa; […] non ci voleva meno che la laboriosità d’un popolo di formiche»
Tommaso Fiore : Un popolo di formiche

Il popolo di formiche e la nascita delle torri
Il popolo di formiche della penisola del Mani però, i sassi non li accatastò solo orizzontalmente, ad un certo periodo della sua storia cominciò ad impilarli l’uno sull’altro nella costruzione delle Torri.

A causa dei movimenti di genti provenienti dal nord del Peloponneso prima e da Creta poi, tale peso demografico insisteva su di una terra avarissima e limitata nel suo spazio.
Inevitabilmente le formiche, parafrasando Fermor, si trasformarono in vespe in perenne lotta fra di loro per la contesa delle limitate risorse del territorio, e dedite anche alla pirateria e al lucroso commercio di schiavi prevalentemente con Venezia.
Così dal XIV secolo fino al XIX, nella statica società feudale maniota organizzata in clan familiari dominanti il territorio, lo scontro per il predominio di una famiglia sull’altra è la regola e le Torri diventano pagine di storia scolpite nella pietra.
“I villaggi del Mani erano sparsi per le montagne come decine e decine di vespai perpetuamente in lite l’uno contro l’altro”…“la sola cosa in grado di pacificare i manioti furono le incursioni turche: allora i loro lunghi fucili erano puntati tutti nella stessa direzione”
Leigh Fermor : Mani
Una ragnatela di villaggi turriti
Scivolando verso la punta estrema della penisola, una selva di cipressi pietrificati punteggia il paesaggio conferendogli qualcosa di marziale.

Numerosi cartelli stradali si susseguono, indicano strade che conducono ad una rete diffusa di borghi turriti che avvolge l’intero territorio.
Deviando per il grazioso porticciolo di Mezapos, il piccolissimo villaggio di Aghio Georghios Minas, è stato il primo di questi villaggi ad essere visitato.

Aghio Georghios Minas e il medioevo fossilizzato del Mani
Quello che immediatamente colpisce, è l’ennesimo déjà vu, il rimando alle città turrite italiane, Firenze e San Gimignano in testa, è palese.
Nei centri storici italiani il fluire della storia, con le sue inevitabili stratificazioni, talvolta non rende immediata la lettura di queste architetture medioevali. Nella penisola del Mani, viceversa, la lettura di questo semplice tipo edilizio è immediato, e racconta di una sorta di medioevo fossilizzato.
Racconta di una società volutamente impermeabile agli stimoli esterni. Fieramente avversa ad ogni autorità esterna, bellicosa, arcaica, feudale, cristallizzata in un tempo circolare interrotto solo alle soglie del 900.
Pur non avendo un particolare valore estetico formale la Casa Torre, con la sua altezza e le altre costruzioni annesse, non rappresenta solo il livello di potenza economica, sociale e militare raggiunto dal clan, ma aveva un potentissimo valore politico e simbolico di libertà.
La loro diffusione capillare sul territorio (ne sono state censite circa ottocento molte delle quali in stato precario o di abbandono) fa comprendere che sono le famiglie maniote a governarlo con le loro regole non scritte, a dispetto di una formale presenza ottomana arroccata nella fortezza di Otilio e non solo.
La casa torre come nucleo di vita e difesa
La presenza di tante torri in stato di abbandono invita all’esplorazione, talvolta alquanto rischiosa, viste le condizioni precarie degli edifici.
La natura si è rimpossessata dei luoghi. Arbusti, colonie di fichi d’india, piante grasse, con aggressività si sono impadroniti dei resti diroccati degli ambienti. La loro presenza rende difficile la lettura del contesto ma con un po’ di pazienza e di attenzione ci si rende conto di come la torre è il nucleo intorno al quale si aggregano gli spazi, e di come il tutto era una unità produttiva autosufficiente di trasformazione dei prodotti della campagna .


Ci sono ambienti dedicati allo stoccaggio dei prodotti, c’è un’aia, il frantoio, la stalla, la cisterna, fondamentale per la raccolta delle acque in un territorio cosi arido, e infine gli ambienti dedicati all’abitazione.

Altro elemento di facile osservazione è la collocazione della porta di ingresso alla torre, che è sempre sopraelevata dal terreno. Questa soluzione serviva ad evitare lo sfondamento della stessa da parte di aggressori esterni e per accedervi era utilizzata una scala a pioli mobile.
Questi nuclei turriti, però, in assenza di una autorità superiore o condivisa che ne regolasse lo sviluppo e il disegno, si coagularono spontaneamente in villaggi di piccole dimensioni lungo un’asse principale più o meno regolare, che prende il nome di Rouga.

Il silenzio delle rovine e la ferita dello spopolamento
Camminando fra i ruderi delle torri il silenzio è quasi irreale. Basta sedersi, chiudere gli occhi e lasciare andare l’immaginazione, per sentire in un attimo le imprecazioni dei contadini durante il duro lavoro, il vociare dei bambini, le urla e gli schioppi dei fucili in uno dei tanti scontri fra clan, piuttosto che contro il nemico comune turco, o le arcaiche lamentazioni funebri delle donne. Il ritorno alla realtà dice però che questo indomito micro cosmo, come tantissimi altri, una volta entrato nella modernità ha pagato dazio.
La ferita più profonda, è stata inferta a questo territorio dalla miseria causata dalle devastazioni della seconda guerra mondiale e dalla successiva guerra civile. Inevitabile è stata la fuga della popolazione verso le grandi aree urbane in cerca di una vita migliore. Solo negli ultimi anni grazie al turismo le cose sembrano cambiare. Ma saprà la penisola del Mani reggere l’omologante tsunami del overtourism che ha pienamente investito altre località greche, e non solo, privandole della loro identità?
Vathia, il villaggio simbolo dell’Alto Mani
Con queste riflessioni in testa si riprende la marcia in direzione Capo Matapan. Prima di arrivare a destinazione, ci fermiamo a Vathia. Questo è il villaggio più noto dell’alto Mani, arroccato su di una collina la cui cresta spinosa di torri sembra la schiena di uno stegosauro.

Verso Capo Matapan e la baia di Marmari
Dopo averla visitata riprendiamo la marcia verso la nostra meta. Nel tratto finale la strada intercetta la costa che offre un panorama mozzafiato sulla baia di Marmari, e si interrompe a circa due chilometri prima del capo.

Capo Matapan tra mito e memoria della guerra
Ci aspetta una lunga passeggiata per raggiungere la destinazione. Il mito racconta che qui, in una grotta, ci sia la porta per l’Ade sulla quale gli spartani costruirono un tempio dedicato a Poseidone. Sebbene io sia profondamente legato al mito, lo scopo di questa meta è un altro. Qui, circa ottanta anni fa, a largo di questo capo, si è aperta la porta degli inferi per migliaia di ragazzi italiani. Nel marzo del 1941, duemilatrecento marinai morirono nella omonima battaglia navale contro la flotta inglese, a causa della follia nazionalistica e dittatoriale dell’uomo solo al comando che inebriò il popolo italiano e che trascinò l’Italia nell’abisso della seconda guerra mondiale e ad invadere il 28 Ottobre del 1940 la Grecia.
“La storia insegna ma non ha scolari”
Antonio Gramsci


