Puglia- A Barletta Santa Lucia tra preghiere e delizie
Siamo nel giorno più corto dell’anno, secondo l’antico calendario giuliano, quello del solstizio d’inverno. È il 13 dicembre, Santa Lucia, il cui nome vuol dire” luminosa”, quasi a garantire il graduale ritorno della luce nei giorni a seguire. E anche se, con la riforma gregoriana del calendario avvenuta nel 1582, il solstizio sia stato spostato al 21 dicembre, si ha ancora la sensazione che sia il 13 il giorno più buio, e che proprio in questo giorno il freddo cominci a farsi sentire davvero, aprendo le porte all’inverno. È sempre per ciò che evoca il nome di questa Santa che inizialmente la si è invocata per guarire dalla cecità della vista e dell’anima. Santa Lucia visse a Siracusa alla fine del terzo secolo, quando il cristianesimo era ancora praticato clandestinamente, e morì martire trafitta alla gola da un pugnale, per aver consacrato la sua vita a Cristo, soccorso e protetto i cristiani e i bisognosi. Col passare dei secoli dalla sua morte, però, cominciarono a diffondersi alcuni racconti sulla sua vita che rafforzarono il suo potere taumaturgico relativo alla vista. Si tramanda, infatti, che le furono strappati gli occhi o che se li sia cavati lei stessa per offrirli al suo pretendente pagano pur di non rinunciare alla sua castità; salvo poi vederseli ricrescere miracolosamente più belli di prima. Così la vediamo rappresentata nei dipinti e nelle sculture soprattutto con la palma del martirio e con il calice contenente gli occhi anziché con la spada con cui fu trafitta.
Oggi a Barletta tutto è pronto per i festeggiamenti, rispettando una devozione lunga 800 anni, nata quando i contadini che lavoravano nelle paludi malsane vicino al mare cominciarono a rivolgersi a Santa Lucia per essere liberati dal tormento delle malattie agli occhi e ad intraprendere i primi pellegrinaggi alla chiesa più antica dedicata a lei. La chiesa si trovava fuori le mura della città, e nel XIII secolo apparteneva alle domenicane di clausura. La chiesa attuale, invece, risale al XIV secolo, ed è il luogo, all’interno del perimetro delle mura, in cui si rifugiarono le suore per sfuggire alle aggressioni e alle distruzioni tanto frequenti a quei tempi, trascinandosi dietro anche il rito devozionale. Dalla mattina il via vai nel santuario è continuo, in fila per entrare e per uscire, dopo aver partecipato alle messe o aver fatto una preghiera. Finalmente al tramonto si accendono le luminarie, e le bancarelle alzano i loro sipari di plastica. Comincia a diffondersi nell’aria l’odore delle mandorle atterrate (forse un’alterazione del termine arcaico attorrate, cioè tostate) che cuociono con lo zucchero finché si ricoprono di una crosta ruvida e rosata, bella croccante. Al calare della sera l’odore di zucchero caramellato e di mandorle abbrustolite si mescola a quello dell’incenso che annuncia l’uscita della processione.

Ed ecco la Santa, portata a spalla su di un fercolo ricoperto di fiori, vestita con abiti preziosi di nobildonna, bellissima, con il volto delicato di ragazza e i capelli veri, lunghi e sciolti sulle spalle. Fu fatta realizzare a Napoli nel 1600, così perfetta da sembrare viva, rispettando il modo di concepire l’arte sacra di quel tempo che voleva le figure di un realismo esasperato per emozionare e coinvolgere meglio il fedele, così che ne venisse rafforzato il suo credo. Ed ancora oggi quest’opera sortisce gli stessi effetti, non si può fare a meno di rimanerne impressionati, rapiti.

I bambini vanno avanti col cero acceso che illumina appena i loro volti nell’oscurità, poi arrivano i sacerdoti accompagnati dai chierichetti e subito dopo i portatori del fercolo con la statua. Si accodano tutti i devoti e le autorità cittadine, procedendo lenti per le strade affollate.


La banda, infine, chiude il corteo, dando il via libera agli acquisti nel mercatino.

Dal ritmo armonico dei suoni bandistici si passa, adesso, al ritmo sincopato degli attrezzi metallici dei venditori di torrone artigianale. Con il loro scalfire forte i grossi pezzi di roccia bianca a base di miele, striata di cioccolato fondente e costellata di nocciole, simili a fossili di conchiglie preistoriche, ricordano il tambureggiare dello scalpello e del martello di uno scultore intento a sgrossare la pietra. Il grosso blocco di torrone, la “copeta”, che deriva nel nome molto probabilmente dalla “cubbaita” araba, viene così subito ridotto a pezzi di qualche etto per soddisfare le tante richieste dei clienti.

Quelli della festa di Santa Lucia sono stati sempre i primi dolci natalizi ad essere degustati in una specie di anteprima del Natale. La copeta, in particolare, nella tradizione aveva acquisito anche un valore simbolico che, quasi senza accorgercene, si è dissolto nella memoria. Era il dolce che la suocera comprava per la nuora o che il fidanzato regalava alla fidanzata durante la loro prima passeggiata in occasione della festa. Ma non poteva andare diversamente, per il motivo che questo valore corrispondeva ad una società completamente diversa, che non esiste più. E, come questa, molte altre usanze sono scomparse, seguendo i valori o i bisogni a cui erano legate. Fino a metà del secolo scorso si aspettava la fiera di Santa Lucia persino per fare acquisti importanti, non solo per assaggiare i dolci tipici. Soprattutto i contadini, finita la vendemmia e la raccolta delle olive, ci venivano a comprare un abito o il cappello, e i bambini ricevevano qui il loro regalo delle feste. Sembra scontato, ormai, assistere a questi connubi tra sacro e profano durante determinate manifestazioni di fede, visto che ogni santo, oggetto di una devozione speciale, ha, da tempo immemorabile, la sua festa religiosa e la sua fiera. Si potrebbe, però, trovare l’origine di questa associazione forse al periodo in cui la chiesa cominciava a fungere da punto di riferimento per una comunità, che si riuniva al completo soprattutto in occasione delle funzioni e delle ricorrenze religiose. E poichè in genere la festa del santo coincideva con la fine di alcuni lavori nelle campagne o col passaggio di stagione, diventava, oltre che motivo di aggregazione, la circostanza ideale per esporre i prodotti della terra e dell’artigianato. Quindi si tessevano relazioni, si concludevano affari, ci si riposava dopo un lungo periodo di fatica o ci si lasciava andare all’allegria. Di tutto questo mondo sono rimasti soltanto il momento devozionale, diventato un bisogno ancestrale, come un atto di speranza per il futuro attraverso l’intercessione del santo, e il momento più appagante, quello delle prelibatezze acquistate ai chioschi degli ambulanti, per una specie di consolazione nel presente o per la semplice gioia di godersi questo piacere, condividendolo magari con le persone più care. Mentre i vestiti per le occasioni, come pure i giocattoli, li compriamo in qualsiasi periodo dell’anno, in negozi e negozietti ad ogni angolo di strada, nei centri commerciali che stanno sostituendo le piazze come luogo di incontro, e online, l’ultima novità. Tutto questo, e in particolare l’ultima novità, offre alla società nuove possibilità di trasformazione, non senza il rischio, purtroppo, di rimanere ingabbiati nella nostra povera solitudine e nel materialismo degli acquisti compulsivi per aver ridotto la necessità di uscire e di avere rapporti umani.
Testo e foto di Carmela Maria Palmieri

