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Puglia- Passaggio a Nord-Ovest verso la Murgia più aspra.

Articolo pubblicato sul n 25 del 2024 della rivista Amazing Puglia

“Non occorre dirti che c’è anche una Puglia non letteraria, non retorica, del tutto ignorata, desolata, tetra, respingente, disperata, da tutti per calcolo e per viltà trascurata, quella della Puglia di nord-ovest e dei suoi anche più rozzi contadini. Bisogna che tu impari ad amarla, anche perché non sanno, né possono amarla gli altri”

Comincia così la descrizione di questo pezzo di Puglia fatta nel 1925 dallo scrittore e politico altamurano Tommaso Fiore in una delle sue lettere-inchiesta dirette a Piero Gobetti pubblicate sulla rivista “La Rivoluzione Liberale”. Sono lettere ricche di profonde analisi e riflessioni sia di carattere sociale che politico, accompagnate anche da eccezionali passaggi poetici. Furono riunite, poi, nel 1951, in un unico libro, edito da Laterza, intitolato “Un popolo di formiche” che vinse, l’anno successivo, il Premio Viareggio.

Oggi, a distanza di un secolo, grazie all’innovazione dei metodi di coltivazione e alla meccanizzazione dei lavori pesanti, questo paesaggio con i suoi bei campi coltivati, soprattutto a grano, non appare più così respingente, ed è sicuramente più amato, proprio per l’unicità della sua natura, tanto da essere protetto dall’istituzione, nel 2004, del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Rimane però sempre una terra aspra, senza quasi l’ombra di un albero per lunghe distanze e cosparsa di pietre durissime di calcare bianco che rendono eroico, ancora tuttora, il lavoro del contadino; e disabitata finché non si raggiungono i primi centri cittadini che la delimitano, come Santeramo, Altamura, Gravina, Poggiorsini, Spinazzola, Minervino.

Paesaggio dell’Alta Murgia pugliese

Tipico Jazzo murgiano


E’ fatta, ovviamente, di poche cose questa Murgia pugliese, quasi di niente, si potrebbe dire di solo spazio, così ad ogni minima variazione di luce, di colore del paesaggio, o all’apparire di qualche anche minima forma di vita, scatta puntuale la meraviglia.

Diventano preziosissimi, allora, i piccoli fiori che spuntano anche in autunno tra le grosse pietre, e le esplosive infiorescenze gialle delle ferule in primavera, che procurano una sorta di estasi visiva insieme al colore verdeggiante dei campi e all’azzurro del cielo, arroccate sui lunghi e rigidi fusti ai bordi della strada.

Altrettanto preziosi sono i profumi suadenti del timo e del finocchietto selvatico, i fazzoletti di bosco ricreati dall’uomo col pino di Aleppo, dopo aver distrutto quelli endemici di roverella, che dissetano lo sguardo sotto il volteggiare di qualche rapace, e le forme tonde e perfette dei covoni di paglia, abbandonati, dopo la mietitura, sui terreni ormai nudi.
Questi sembrano sculture capaci di trasportarci nella dimensione poetica e sospesa dell’arte.

Campi di grano nella Murgia pugliese

Ma il gioiello più caro del paesaggio murgiano sono gli antichi e straordinari ricoveri a trullo, costruiti con la pietra a secco che, insieme ai muretti di recinzione, resistono ancora a fatica, ricordandoci la vita di un tempo non troppo lontano e le ultime masserie che hanno conservato il tradizionale allevamento dei bellissimi cavalli neri.

trullo della murgia pugliese

Cavalli di razza murgiana

Nonostante la pochezza degli elementi, quando si arriva qui, ci si sente sempre appagati, perché qualsiasi cosa è percepita come segno di ricchezza, al contrario di quando ci si circonda di troppe cose e si finisce per non vedere più nulla, per non dare valore più a nulla, oppressi da un perenne stato di insoddisfazione; una ragione in più per tutelare questi ambienti, non solo in quanto patrimonio naturalistico e storico, ma per essere, appunto, anche una fonte di rigenerazione indispensabile per l’anima.

Testo e foto di Carmela Palmieri

Francesco Ricco

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