Riti e Tradizioni

Puglia-Canosa e i riti della Settimana Santa: la Processione della Desolata

Sono le nove del mattino del Sabato Santo e, sul sagrato della chiesa di San Francesco, a Canosa di Puglia, la statua della Madonna a lutto, sorretta dall’Angelo consolatore, sta per varcarne la soglia, portata a spalla su di un fercolo coperto di fiori rossi.
Percorrerà le vie cittadine per ricordare ai fedeli il dolore della Madre di Cristo crocifisso, ancora a distanza di due millenni.

È questo il momento in cui un esercito di donne, anche loro, come la Madonna, vestite a lutto e con il volto coperto da un fazzoletto nero, intona l’inno alla Desolata, ispirato alla Laude di Jacopone da Todi del XIII secolo. Le accompagna la banda del paese che suona sulle note del clarinettista canosino Domenico Iannuzzi, composte, alla fine dell’800, proprio per questo canto. Parte così il lungo corteo con i portatori della croce, i bambini angioletto che mostrano gli oggetti della passione, i devoti con i ceri accesi, il gruppo con il fercolo e il coro seguito dalla banda.

Si viene, però, immediatamente rapiti dall’immagine drammatica delle nere donne, che marciano unite, e dal loro potente canto, che ci fa tornare indietro a quel momento tragico. Nemmeno il fazzoletto, che copre completamente le loro teste fino a toccare il petto, riesce ad ostacolarne le voci.

I versi, quasi urlati, dello Stabat Mater esprimono un dolore inaccettabile, quello della morte innaturale di un figlio. E, quanto più è forte il loro canto, tanto più è grande il silenzio attorno, perché è impossibile non immedesimarsi in quel dolore universale. La statua della Madonna sembra trascinata da un fiume di lava inarrestabile che invade le vie, ora più strette, ora più larghe, del centro storico di Canosa, tra i palazzi di pietra chiara che riflettono una luce mediterranea.

Tutte queste donne sono, ora, Maria, sono il suo grido disperato. E il loro inno diventa infinito, si ripete ogni volta dopo delle brevi pause, così come il cammino, estenuante, fatto quasi alla cieca, per il velo fitto che raramente lascia intravedere qualche lineamento del viso. Proseguono, così, per circa tre ore, anche scalze, in segno di grande penitenza, ma resistono, si sorreggono a vicenda, legate da catene di braccia che non si sciolgono mai. Le mani, poi, che spiccano chiare in questo mare nero di corpi, tengono sempre stretto il rosario tra le dita, il simbolo della preghiera mariana.

Non si tratta di una vuota messa in scena, anche se il richiamo, che suscita oggi questo evento nel mondo del sensazionale e dell’apparire, rischia di farlo diventare un’attrattiva esclusivamente turistica. Chi vi partecipa lo fa, ancora come una volta, per fede autentica o per espletare un voto; ed assistervi lascia un segno indelebile nell’anima.
Questa processione racconta un altro aspetto dei giorni della Passione e della Morte di Gesù: il dramma vissuto da sua madre, che non è più soltanto l’Addolorata per il destino a cui sta andando incontro suo figlio, ma la Desolata, che si abbandona, sola e senza forze, sul sepolcro.

Le sue origini sono ben conosciute, poiché non sono molto antiche. Fu nel 1798, in Sicilia, a Palma di Montechiaro, che, per la prima volta, alcune monache benedettine, nel loro convento, sentirono la necessità di pregare davanti all’immagine di Maria, dopo i riti che rievocano la morte di Cristo del Venerdì Santo, per condividere la sua condizione e per sostenerla nel suo difficile cammino. Pian piano questa devozione raggiunse il continente, e, nel 1881, arrivò a Canosa, grazie alla Confraternita di San Gioacchino e delle Salette che acquistò un gruppo statuario con l’Addolorata e l’Arcangelo.

Si fece iniziare il rito della processione all’alba, nella più antica chiesa di San Francesco, perché potesse terminare prima di mezzogiorno, e dare inizio alla veglia pasquale. Con la Riforma Liturgica del Concilio Vaticano II, negli anni’60, la veglia venne poi spostata alla sera del sabato, così la processione poté uscire più tardi. Qui il rito, però, fu caratterizzato da una novità: un coro di sole donne al seguito della statua.

Una vera rivoluzione nel mondo ecclesiastico di quel periodo, che vietava in chiesa la presenza di cori femminili. Ne facevano parte quaranta donne, come le Quarant’ore in cui Cristo rimase nel sepolcro prima di resuscitare. Un richiamo, forse, a quelle lamentazioni funebri praticate, nel Sud Italia, fino a non molti decenni fa, a loro volta derivate dalla tradizione delle prefiche del mondo antico. Inoltre, la grande devozione alla Madonna delle donne canosine, col passare del tempo, fece sì che il numero delle coriste aumentasse, fino a raggiungere, negli ultimi anni, più di 300 partecipanti.

La stessa devozione ha permesso alla tradizione di resistere ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale che distrussero la chiesa di San Francesco, poi ricostruita, e danneggiarono il primo gruppo scultoreo, in legno e tessuto, acquistato a Napoli. Quello che oggi vediamo in processione venne realizzato negli anni’50 dai maestri cartapestai leccesi, ispirandosi al dipinto settecentesco di Giuseppe De Musso, conservato nella cattedrale di Canosa, che rappresenta, proprio come la scultura, Maria accasciata sul sepolcro del figlio, con il fazzoletto in una mano, il cuore trafitto da una spada e l’angelo alle spalle, nell’atto di sostenerla.

È stupefacente rendersi conto del gran numero di fedeli che partecipano a questo appuntamento, in un periodo di crisi della fede religiosa. La città ha finito così per identificarsi con la Desolata di Canosa, e, l’eccezionalità della sua manifestazione, l’ha resa famosa anche oltre i confini cittadini e nazionali, attirando l’attenzione di tanti fotografi e di alcuni registi.

Nel 2022, infatti, sia Francesco Costabile che Pippo Mezzapesa, nei film:” Una femmina” e “Ti mangio il cuore”, hanno utilizzato l’immagine forte delle donne velate della Desolata di Canosa per sottolineare l’ambientazione della storia in quella parte del Sud Italia ancora fortemente legato agli antichi riti religiosi e tormentato da quei fenomeni mafiosi così difficili da estirpare. Una Desolata che richiama, forse, in questo caso, pure il dolore di quelle madri e di quelle mogli di vittime delle faide e, nello stesso tempo, la forza di quelle eroine, interpretate dalle protagoniste delle due pellicole, realmente esistite, che hanno osato ribellarsi alla cultura di morte dei clan, ponendo le basi per il loro smantellamento.

Ogni canosino non rinuncia mai a partecipare alla processione del Sabato Santo, e persino chi vive lontano per lavoro o per studio, torna nella propria città in questa occasione. Tutte le strade del percorso sono gremite di gente, dal momento della partenza fino all’arrivo in Piazza della Repubblica, a pochi metri dalla chiesa di San Francesco. E qui, quasi a preannunciare la conclusione di questo periodo di lutto e l’avvento della Pasqua, le donne senza volto si sciolgono, alzano finalmente il velo e si congedano tra abbracci ed espressioni di sollievo che esprimono una vera e propria resurrezione personale.

Testo e foto di Carmela Maria Palmieri

Francesco Ricco

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