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Venezia: Una festa in casa Guggenheim

Una casa-museo nascosta tra le calli di Venezia

Varcando il cancello di un giardino, nascosto tra le calli di Venezia, al numero 701 del sestiere Dorsoduro, ci si trova subito nel bel mezzo di un ricevimento. Un viavai rilassato di persone si dispiega silenzioso tra sculture e installazioni all’ombra di alberi e siepi, e poi all’interno della casa museo tra le opere dei più grandi artisti del ‘900 esposte alle pareti delle stanze. Siamo a casa di Peggy Guggenheim, una delle più lungimiranti collezioniste del secolo scorso, che, durante tutta la sua vita, ha avuto l’intuizione di raccogliere alcuni capolavori dei pittori e scultori più innovatori del suo tempo, tramandando così un pezzo importante della storia dell’arte.

Nonostante la sua assenza dal 1979, questi ambienti continuano ad accogliere tanti ospiti che ammirano la sua collezione in una situazione non accademica, ma conviviale, forse il modo migliore di fruire l’arte. Si può persino girare intorno al tavolo della sala da pranzo, dove sono esposte, oltre alle opere cubiste e futuriste, anche sculture africane che hanno tanto ispirato Picasso, Modigliani, Giacometti, Brancusi e altri ancora, per quel richiamo ad un’estetica più pura, originaria. E ci si può affacciare alla balconata in pietra della terrazza a pelo d’acqua per contemplare la calma distesa della laguna e le luminose facciate dei palazzi antichi sull’altra riva del Canal Grande.

La dimora veneziana di Peggy Guggenheim

Si vive un’esperienza inaspettata, se si pensa di andare a visitare un museo come tutti gli altri. Qui ogni cosa è come l’ha lasciata la signora americana, amante e studiosa dell’arte, che ha acquistato l’edificio nel 1949 per viverci, dopo aver partecipato alla Biennale con la sua collezione ed essersi innamorata perdutamente di questa città.

Naturalmente questa casa è diventata subito la sede della sua raccolta di opere d’arte, di cui lei ne è stata la sua più fedele custode, oltre che ammiratrice. Opere d’arte sono anche i suoi arredi e i suoi gioielli, creati per lei proprio dai protagonisti dei vari movimenti artistici che hanno attraversato il diciannovesimo secolo. E tra gli arredi d’arte c’è il cancello d’ingresso del giardino, realizzato da Claire Falkenstein, con un intreccio di fili metallici neri che inglobano, come una tela di ragno, pezzi di vetro colorato provenienti dalle vetrerie della laguna.

Una casa aperta agli artisti e ai visitatori

In questa dimora Peggy Guggenheim riceveva i suoi amici, la maggior parte dei quali erano gli stessi artisti da cui lei acquistava quadri e sculture, ma dava la possibilità anche a qualsiasi cittadino di poter entrare ad ammirare l’arte per poterla conoscere e studiare da vicino.

Palazzo Venier dei Leoni: una storia lunga quasi tre secoli

La costruzione risale al 1749 e fu progettata dall’architetto Lorenzo Boschetti per la famiglia veneziana Venier. Doveva essere, probabilmente, un edificio a cinque piani, ma è rimasto inspiegabilmente incompiuto, fermo al piano appena rialzato rispetto al terreno.

Questa incompiutezza in altezza non toglie, però, valore estetico all’architettura che si fonde più armoniosamente con l’ambiente lagunare e, rimanendo nascosta tra le calli veneziane, crea un effetto a sorpresa a chi vi arriva.

Il Palazzo, soprannominato “dei Leoni” per via delle teste leonine scolpite nella pietra d’Istria che ornano la facciata sul Canal Grande, dopo essere stato della famiglia Venier, e prima di essere acquistato da Peggy Guggenheim, passò nelle mani di altri importanti proprietari.

Oggi, dopo la morte della sua ultima proprietaria, fa parte, insieme alle opere esposte, della Fondazione Solomon Robert Guggenheim, creata dallo zio di Peggy a New York nel 1937 sempre con lo scopo di divulgare l’arte.

L’eredità di Peggy Guggenheim e le nuove collezioni

La fondazione continua a portare avanti, a Venezia, il progetto originario di Peggy, adeguando e arricchendo il museo in base alle nuove esigenze. Nel 2012, infatti, è arrivata, in questa sede, anche la collezione dei coniugi americani Schulhaf, che comprende le opere realizzate intorno agli anni ’70-’80 da artisti come Afro, Burri, Capogrossi, de Kooning, Dubuffet, Rothko, Oldenburg, Warhol ed altri ancora.

Un museo unico per atmosfera e dimensioni

Il Museo Guggenheim a Venezia è unico nel suo genere non solo per la qualità delle opere esposte, ma anche per quella dimensione intima che vi regna. Non si è assaliti da una mole di cose da vedere e non ci si trova in un luogo asettico e distaccato. Sembra, inoltre, di essere condotti per mano, nelle sale a misura d’uomo, dallo spirito di chi lo ha ideato, mettendoci a proprio agio.

Nel giardino tra Calder, Giacometti e Pomodoro

Nel giardino s’incontrano subito alcune opere di artisti inconfondibili come Calder, Giacometti e Pomodoro, materiche, ed altre opere più eteree come quelle al neon di Maurizio Nannucci e Mario Merz, che inviano messaggi luminosi anche di giorno.

All’interno della casa museo, inondata, al mattino, della bellissima luce calda veneziana, ci imbattiamo nelle opere pittoriche di altri geni.

Picasso e l’enigma di “Sulla spiaggia”

Sono: Picasso, Kandinsky, Magritte, Duchamp, Max Ernst, Boccioni, Chagall, Dalì, Pollock, per citarne alcuni. È difficile non fermarsi davanti all’enigmatico “Sulla spiaggia” di Picasso, dipinto nel 1937, che catalizza l’attenzione con le due grandi figure femminili trasfigurate attraverso la loro riduzione a volumi geometrici e rappresentate mentre giocano sulla spiaggia con una barchetta di carta, incuranti di una presenza inquietante che spunta dall’orizzonte marino.

Le forme sospese di Calder

Si rimane incantati, poi, dalla delicatezza e perfezione degli equilibri delle forme sospese dei “mobile” di Calder che si librano nello spazio e si muovono ad ogni minimo spostamento d’aria.

La poesia astratta di Kandinsky

Pura poesia sono le opere di Kandinsky, da quelle che ancora contengono elementi riconoscibili di un paesaggio, a quelle più astratte, composizioni di linee, colori e piani che s’intrecciano, ciascuno col proprio peso e significato emotivo, che ricordano universi mossi da una musica mistica.

L’energia dell’Action Painting di Pollock

Un attacco di energia tellurica sono i dipinti di Pollock, che Peggy Guggenheim aveva conosciuto e sostenuto a New York. Il suo “Alchimia”, da lontano, appare come un groviglio di fili colorati, da vicino è un brulicare di materiali diversi e segni di colore lasciato sgocciolare dal pennello in movimento (dripping).

Il dinamismo futurista di Severini e Balla

Ugualmente forte è l’energia che fuoriesce dalle coloratissime opere futuriste come “Mare = Ballerina” di Gino Severini, dipinto nel 1914, e “Velocità astratta + rumore” di Giacomo Balla, dello stesso periodo.

Magritte e l’inquietudine dell’Impero della luce

Una calma apparente arriva dal bellissimo quadro “L’impero della luce” di René Magritte, del 1953-54, in cui un paesaggio notturno di case e alberi è stranamente immerso nel cielo azzurrino del mattino, a destabilizzare l’osservatore.

L’angelo della città e la libertà secondo Peggy Guggenheim

Dopo aver attraversato tutte le stanze, compresa la camera da letto con la testiera in argento creata da Calder per Peggy, si arriva, infine, al grande varco che porta alla terrazza sul Canal Grande, approdo per i visitatori che arrivano dalla laguna durante i grandi eventi.

Qui si trova la grande scultura in bronzo di Marino Marini “L’angelo della città”, un cavaliere nudo dalle forme essenziali, che, a braccia aperte e tutto in tensione, pare voler spiccare il volo, con il suo cavallo, verso il mare, alla conquista della libertà.

La si può interpretare, nella collocazione che le si è voluto dare, come simbolo di quella libertà che si respira in questa collezione, in questi spazi e, sicuramente, di quella che ha sempre cercato e difeso la sua creatrice in tutta la sua vita.

Francesco Ricco

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