Grecia-Monastero di Osios Loukas: Bisanzio, Oriente e il cammino di San Nicola Pellegrino di Trani in Puglia

Da Delfi al monastero di Osios Loukas, fra memoria recente e passata
Il soggiorno nella elegante cittadina di Arachova, una delle più rinomate stazioni sciistiche della Grecia, ai piedi del monte Parnaso, si è rivelato piacevole e strategico.
Dopo aver goduto della bellezza del santuario di Delfi e dei tesori custoditi nel suo straordinario Museo archeologico, il viaggio prosegue verso il monastero bizantino di Osios Loukas.

Arachova
La strada scorre lungo un paesaggio di montagne e di uliveti e attraversa Distomo, grazioso villaggio della Beozia il cui nome è legato a una delle pagine più dolorose della storia greca contemporanea. Qui, il 10 giugno 1944, le SS tedesche compirono uno dei più tragici eccidi dell’occupazione nazista. Il museo dedicato alle vittime e il mausoleo che domina la collina mantengono ancora viva quella memoria.
Proseguendo oltre, si raggiunge uno dei più straordinari monumenti della Grecia medioevale.
Siamo ai piedi dell’Elicona, il monte consacrato alle Muse. Non lontano da qui, ad Ascra, visse Esiodo, il poeta che nella Teogonia e nelle Opere e i Giorni raccolse le antiche tradizioni elleniche e raccontò di aver ricevuto proprio dalle Muse dell’Elicona il dono del canto.
Molti secoli dopo, attorno alla tomba di San Luca lo Stilita sorsero la chiesa della Theotokos e il grande Katholikon del monastero di Osios Loukas, uno dei vertici dell’arte medio-bizantina e uno dei monumenti più preziosi del Mediterraneo. Insieme ai monasteri di Daphni e di Nea Moni a Chios, Osios Loukas è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, a testimonianza della straordinaria fioritura artistica che seguì la fine dell’iconoclastia.
Il monastero di Osios Loukas, capolavoro bizantino
Una volta entrati nell’area del monastero si è rapiti dal silenzio, dalla bellezza del panorama della valle sottostante.

Il nucleo principale del santuario, costituito dalle due chiese, colpisce non soltanto per la grandiosità dell’insieme, ma soprattutto per l’armonia delle proporzioni e la sapiente articolazione degli spazi.

All’esterno le due chiese, come in tutte le chiese bizantine, sono caratterizzate dall’uso alternato di mattoni e pietra di colore chiaro, funzionale alla creazione di un gioco di colori che produce sulle facciate motivi ornamentali.

Quello che però ha più catturato l’attenzione è stata la chiesa del Katholikon.
Con la sua struttura a croce greca, rappresenta uno dei punti più alti raggiunti dall’architettura bizantina.
All’interno, i marmi policromi dai toni prevalentemente scuri, rivestono le pareti mentre le colonne provenienti da edifici più antichi scandiscono lo spazio. Ogni elemento costruttivo sembra creare uno spazio nel quale la materia è posta al servizio della luce che proviene dall’alto delle bifore. Riflessa dalle tessere dei meravigliosi cicli dei mosaici presenti, vibra e crea un’illuminazione diffusa, calda, dorata, e trasforma la pietra, quasi smaterializzandola.

Luce

I cicli musivi presenti sono fra i più belli dell’XI secolo. Già nel vestibolo che precede l’ingresso alla chiesa il visitatore è accolto da splendidi mosaici raffiguranti gli Apostoli, gruppi di sante martiri e alcune delle principali scene della Passione e della Resurrezione di Cristo.

Lavanda dei piedi e Crocifissione
Sopra la porta d’accesso alla chiesa campeggia un Cristo benedicente, posto a vegliare sull’ingresso del santuario e ad accogliere i fedeli nel luogo sacro.

Cristo benedicente
Superata questa soglia simbolica, si entra nello spazio centrale dove si dispiega il grande programma iconografico del monastero: il Cristo Pantocratore nella cupola principale, i cui mosaici sono purtroppo andati perduti, la Vergine e la Pentecoste nelle absidi laterali, gli arcangeli e le grandi figure dei santi.
Tutti emergono dal fondo d’oro, che rappresenta la luce divina, con quella staticità delle figure e quel distacco apparentemente inespressivo tipico dell’arte bizantina. Gli artisti bizantini intenzionalmente non vogliono comunicare il realismo né l’espressione dei sentimenti umani, ma ricercano la trascendenza, la dimensione eterna.

Vergine e la Pentecoste

Cristo Pantocratore
Sarà che lo spazio disegnato dalla pianta a croce greca inevitabilmente porta ad alzare lo sguardo verso l’alto della cupola centrale e poi a girare intorno a se stessi; sarà la sensazione eterea di questa luce dorata smaterializzante e avvolgente, che è inevitabile essere rapiti da un senso di pace e trascendenza, pur non essendo credenti.
L’obbiettivo degli architetti bizantini è raggiunto. Se l’esterno delle chiese è austero quasi grezzo e simboleggia la crudezza della vita terrena, la mortalità dell’essere umano, all’interno il tempo si ferma e splende la luce del divino.
Mosaici d’oro e segni cufici: il dialogo fra Bisanzio e Oriente
Ma il monastero di Osios Loukas racconta anche il dialogo fra Bisanzio e il mondo islamico, quando quest’ultimo premeva pesantemente lungo i confini. Sulle murature esterne, fra i motivi ornamentali, compaiono iscrizioni e caratteri pseudo-cufici, ispirati all’eleganza della scrittura araba. Non sono parole destinate ad essere lette, ma testimonianze di un Mediterraneo nel quale commerci, pellegrinaggi e incontri culturali permettevano ai diversi mondi di influenzarsi reciprocamente.

Segni Cufici
L’Oriente islamico, Bisanzio e il mondo latino non erano universi separati, nonostante in conflitto, comunque erano in continuo dialogo, e Osios Loukas, con i suoi marmi, i mosaici e le sue decorazioni, conserva ancora oggi le tracce di questi scambi.
Dal Monastero di Osios Loukas a Stiri: sulle tracce di San Nicola Pellegrino
Lasciato il monastero e le sue bellezze, a pochi chilometri da questo, attraversando il piccolo villaggio di Stira, la presenza di una bandiera italiana ed una greca accostate ai lati di una stele catturano l’attenzione.
Ci fermiamo e scopriamo, sorpresi, che quella lapide è in onore di San Nicola Pellegrino nato in quel villaggio nel 1075 e patrono della meravigliosa città pugliese di Trani a cui la maestosa cattedrale romanica è dedicata.

Stiri, lapide in onore di San Nicola Pellegrino di Trani

Nicola che, dopo una vita errante, avrebbe attraversato il mare per approdare a Trani, e diventarne il patrono.
Prima di diventare il santo di Trani, egli apparteneva a quel mondo di monaci, pellegrini e viandanti che percorrevano senza sosta le strade del Mediterraneo.
Grecia e Puglia, un mare che univa ed unisce
Il viaggio di San Nicola Pellegrino verso Trani non era un episodio isolato, ma si inseriva in quella trama di rapporti che per secoli ha legato e lega ancora le due sponde dell’Adriatico.
Mercanti, marinai, monaci e pellegrini attraversavano continuamente il mare. Le vie percorse dal giovane Nicola erano le stesse che mettevano in comunicazione Costantinopoli con l’Occidente e che facevano dell’Adriatico non una frontiera, ma uno spazio condiviso, un ponte.
Come abbiamo visto a Methoni e Koroni, anche dopo la fine della presenza veneziana e l’avanzata ottomana molte famiglie del Peloponneso trovarono rifugio in Puglia. I Koronei stabilitisi a Barletta conservarono a lungo la memoria delle loro origini, lasciando tracce ancora visibili nella città.
Cambiavano gli imperi, mutavano i dominatori e le rotte commerciali, ma quel dialogo fra Grecia e Puglia continuava a sopravvivere, il Mediterraneo si rivela non come una linea di separazione, ma come uno spazio di incontro e continuità.
Passare alcune ore a Osios Loukas, in questo luogo di meditazione, pace e bellezza, ma soprattutto ponte fra culture diverse, si ha quasi l’impressione che in questi giorni dove la follia di una presunta purezza d’identità la fa da padrona nelle menti della gente, di rigenerarsi. Nei marmi policromi, nei mosaici dai fondi d’oro, nei misteriosi caratteri cufici, nel senso piu profondo dell’arte bizantina sopravvive la memoria di un mondo nel quale Oriente e Occidente sebbene realtà contrapposte, erano parti di uno stesso orizzonte culturale, reciprocamente e profondamente influenzate.
Testo di Francesco Ricco
Foto di Francesco Ricco e Carmela Palmieri

